Dicono di noi

Il progetto Tamino ha fra i suoi obiettivi quello di diffondere la cultura della musicoterapia in Italia, per questo raccoglie le testimonianze di personalità autorevoli che sostengono il suo sviluppo. 

 

Le parole di Giacomo Faldella

Il Progetto Tamino è un’iniziativa da molto tempo consolidata e gradita ai genitori dei nostri neonati e a tutto il personale dedicato all’assistenza nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale e di Neonatologia. Ritrovare attraverso la musica una dimensione di umanità e serenità rappresenta un momento di aria fresca e pulita che fa bene allo spirito e al fisico.

Pertanto siamo ulteriormente felici e grati  che anche durante il periodo estivo, quando tutti fuggono dalla città,  i professionisti del Progetto Tamino  non ci privino della loro presenza e della loro musica.

 

Grazie Le parole di Silvia Vegetti Finzi

Dalla mia lunga esperienza di psicologa clinica ho tratto la convinzione che la musicoterapia  è una risorsa straordinaria in ogni momento della vita: da prima della nascita sino  alla fase terminale dell'esistenza.  La musica dona energia vitale, serenità, fiducia e speranza. Il nostro cuore è uno strumento musicale che batte all'unisono con tutta la musica del mondo.

 

Le parole di Umberto Veronesi 

La musica nasce negli esseri viventi prima della parola ed il primo strumento musicale è rappresentato dalle corde vocali. Basta pensare alle capacità musicali dell’usignolo per rendersene conto. Le nostre cellule cerebrali quindi sin dai primordi si sono organizzate per percepire la musica, o una successione di determinati suoni, come un linguaggio vero e proprio. Ma il nostro sistema nervoso è anche forgiato per “elaborare” il messaggio musicale e a farlo proprio. Una struttura musicale elementare è facilmente e rapidamente assimilabile (come nella musica popolare o, come nelle caserme il suono della tromba che suona la sveglia al mattino e il silenzio alla sera) mentre una composizione musicale complessa è accettata dal sistema nervoso centrale con maggiori difficoltà e in tempi più lunghi. Una volta però entrata nella corteccia cerebrale, vi rimane permanentemente depositata ma può essere immediatamente riportata alla coscienza, sotto lo stimolo del riascolto. Il processo di riascoltare un brano musicale già noto crea un senso di piacere e diviene naturale il sorgere del desiderio di questo piacere. Siamo vicini ad un meccanismo di “condizionamento” non dissimile degli altri più comuni condizionamenti. La prima sigaretta, come tutti sanno, crea una forma di rigetto e, solo dopo molte sigarette e molto tempo, il fumatore prova piacere. Non dissimile è il meccanismo dell’assuefazione musicale. Se ad una persona, musicalmente non coltivata, somministriamo un quartetto di Beethoven, avremo un iniziale rigetto, ma dopo molti ascolti si potrà giungere all’apprezzamento ed al piacere che con il progredire degli ascolti e con l’aumento delle varietà delle composizioni diventerà sempre più intenso. Questo condizionamento alla musica può avvicinarsi alla condizione di malattia. Essere “malato di musica” non è una frase fatta ma è una condizione per cui , per mantenere un buon equilibrio o per godere di un livello adeguato si serenità la musica diviene una necessità. In molti casi, la carenza di musica può condannare alla solitudine psichica, mentre un brano musicale noto può rappresentare una preziosa compagnia. Queste sono anche le ragioni che danno spesso della musica una funzione di accompagnare un particolare evento, amplificandone il significato. Basti pensare alla musica sacra che si accompagna alle rappresentazioni rituali degli atti liturgici o alla musica da film che sottolinea gli eventi percepiti visivamente. Poiché la musica crea delle emozioni e le emozioni sono gli elementi vitali per eccellenza possiamo dire che la musica può diventare un bisogno del nostro elaboratissimo sistema nevoso centrale. Da questo condizionamento, o se si vuole da questa malattia, non si guarisce, anche perché nessuno vuole guarire. E’ un condizionamento non pericoloso, è una malattia molto benigna, anche gradevole, come tanti altri condizionamenti o malattie psichiche, prima tra tutte l’innamoramento. L’innamoramento nella sua fase acuta può essere quasi una malattia, è certamente un condizionante, ma chi è innamorato non desidera abbandonare questa condizione di esaltazione psicologica. E così l’ammalato di musica non ha nessuna voglia di guarire.

Scienza ed arte hanno molti elementi in comune. Immaginazione e fantasia che alimentano la capacità creativa ma anche l’uso di tecniche e di strumenti per esprimersi e per rendere comprensibili agli altri le proprie realizzazioni sono caratteristiche dell’arte e della scienza. L’elaborazione del linguaggio musicale si avvicina ancora maggiormente all’elaborazione del linguaggio fisico o matematico perché in ambedue i casi si tratta dello svolgimento di un’attività ideativa astratta anche se sia per la musica che per le scienze fisiche e matematiche vi sarà poi una traduzione nel mondo concreto . La ricerca medico biologica si stacca viceversa dalla ricerca musicale per il suo carattere deterministico e concreto. L’obiettivo non è più solo speculativo ma rivolto alla salute dell’uomo. Ambedue però si sviluppano in seno alla tradizione solo fino a quando la tradizione è una necessità essenziale al mantenimento degli scopi primari. Possiamo fare l’esempio della dodecafonia che ha rotto a suo tempo la tradizione musicale, con coraggio, ma con il rischio di creare una frattura tra il mondo della produzione musicale, dei compositori e quello della fruizione musicale, cioè degli ascoltatori, un rischio che sembrava quasi materializzarsi all’inizio del secolo ma che fortunatamente non si è realizzato. Anche la ricerca clinica di oggi, che si fonda sulla manipolazione del DNA rischia di creare una frattura tra il mondo della ricerca biomolecolare e il resto dell’umanità che dovrebbe viceversa essere l’oggetto finale cui applicare i risultati della ricerca.

Le vittime dei tumori sono tragicamente molte anche se la mortalità per questa malattia comincia a declinare. Chi però sopravvive ritrova se stesso in una condizione filosofica nuova, più consapevole, più matura, fatta di saggezza e di capacità ad appropriarsi dei valori essenziali dell’esistenza e a trascurare gli aspetti della controversa quotidianità. Chi è vittima della cattiva musica o che comunque convive con la cattiva musica o addirittura chi ama la cattiva musica, mai si riscatterà. Va però sottolineato che buona o cattiva musica sono definizioni soggettive legate anche al periodo storico, alle abitudini, alle mode e a influenze di vario tipo.

La musico-terapia (o meloterapia) è ormai vecchia di secoli. Che sia in grado di attenuare tensioni psichiche e che sia quindi efficace nelle malattie mentali non vi sono dubbi ma molti medici famosi, come G. Baglivi, la propugnarono anche per malattie organiche come il diabete o infettive come la malaria. Io penso che le applicazioni della musica in senso psicoterapeutico dovrebbero essere allargate e più ricerche dovrebbero essere dedicate a questo mondo poco esplorato. Negli Stati Uniti, nello stato del Michigan è stata istituita una seguitissima cattedra universitaria che conferisce diplomi di laurea in musicoterapia dopo un corso di quattro anni di studi. Sarebbe importante intraprendere anche da noi un tentativo di applicazione della musica in campo terapeutico ed un relativo insegnamento.

I compositori davvero grandi scrivono opere musicali soprattutto come loro intimo bisogno di creatività. Non sempre hanno bisogno di pubblico o di ascoltatori e nemmeno di successo. Quanti grandi autori musicali (come tanti altri geni in ogni campo dell’arte) sono rimasti a lungo sconosciuti e riscoperti molto tempo dopo la loro morte? Ma questo non ha impedito loro, nella loro vita spesso di solitudine e incomprensione, di produrre sublimi gigantesche composizioni musicali.

 

 

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